giovedì 26 gennaio 2012

Mi accorsi di aver trovato la mia Danza: era una Preghiera.



Che relazione instaurare col proprio corpo?Come esprimere in maniera concreta e pubblica ciò che è intangibile e privato?
E quindi: come condividere con gli altri, con una comunità, uno stesso stato di coscienza?
(P. Ferrucci - Esperienze delle vette - La via del rito e della danza)


Sto leggendo avidamente questo mio ultimo libro.
Ne ho già divorati 4 e, come avevo previsto, l'ordine col quale mi sono arrivati non poteva essere più perfetto.
Ho cominciato con " Mangia, prega, ama", poi con "Rincominciare da sè" di Osho.
Ho continuato con "L'Aleph" di Cohelo e adesso sprofondo nell' "Esperienze delle vette" di Ferrucci.
Sono passata dal viaggio al cibo, dalla meditazione alla comprensione, dalla testa all'obellico, dall'intangibile alla materia.
Adesso mi soffermo con piacere qui.
Ora che posso comprendere ad un livello più profondo che quello semplice e caotico della mente.
Posso sentire le parole vibrare nella pancia e zittire le elucubrazione, di tanto in tanto.

Qui è tutto un pò confuso.
Devo ammettere che non ho proprio le idee chiare, come sempre.
Piuttosto mi baso sull'ormai nota sensazione che mi porta a destra o a sinistra, a seconda del momento.
Non è una vera e propria decisione quella che prendo, ma mi muovo come tirata da un filo sottilissimo, che il piu' delle volte sembra spezzarsi.
Osho ha detto: se ti fa stare bene, sicuramente è la strada giusta, quella che hai intrapreso, ma se c'è anche solo un minimo sentimento di rabbia, frustrazione, malumore, sofferenza, allora significa che sei sulla rotta sbagliata e devi fare qualche passo indietro e rincominciare.

Durante questo viaggio sto imparando a conoscermi.
E a rispettarmi, più che ad accettarmi.
Mi rendo conto, spesso, che una parte di me è come schiacciata.
Mi accorgo che posso essere questo, ma anche altro e qualsiasi cosa io desideri.
Ancora non riesco bene a fermarmi e pensare senza cadere in una sorta di ipnosi confusa e delirante, ma sto provando a vedere cosa succede se, quando questo momento arriva, io mi limito a respirare e smettere di dare retta ai pensieri, lasciando che qualcosa di più indefinito si affacci attraverso i miei occhi.
Ed i muscoli della faccia, le ossa, il sangue, la pelle.

Meraviglioso corpo.

Non ho altro scopo, nella vita, se non quello di rimanerne affascinata.
L'ho odiato, deturpato, colorato, rifiutato, quasi ucciso.
E tutto questo è stato necessario soltanto affinchè io arrivassi qui, ora.

La lotta per riappropriarmene, la fatica per riallenarlo, per ricostruirlo, la gioia nel muoverlo.
E adesso questo sentire, a metà fra materia e aria.
Sto capendo che fino ad ora ne ho avuta una paura folle.
Perchè lui si ammala, invecchia, si indebolisce, si appesantisce, rallenta, trascina, ti ferma, fa male...
e poi sente, sente tutto, e non ci sono confini fra le pelle ed il mondo, e questo, per alcune persone, è il più lacerante dei mali.

Io sono stata una di quelle persone.
E lo sono ancora.
Affascinata e terrorizzata, come di fronte al più devastante degli uragani, ho cercato di dominarlo facendolo zittire.
Non ascoltandolo. Rifiutandogli il nutrimento e l'amore necessarii.
Chiudendomi nella testa, quale unico porto salvo dallo scorrere incessante del tempo e l'avvicinarsi della Morte.
Abbiamo sempliecemente paura.
Perchè tutti ci hanno sempre detto che dobbiamo averne.

Io ho scelto, un pò di tempo fa, che non ne ho più.
Semplicemente non nutro quel sentimento.
Lo ascolto, quando mi serve, altrimenti lo lascio perdere, come una vecchia enciclopedia che vada consultata di tanto in tanto.

Adesso scopro, fra le righe di un ennesimo libro, che tutto questo mio sentire è raro, ma non unico.
E mi sento giustificata, perfino giusta e forte!
Meravigliosamente viva!
E mi convinco, ancora una volta di più, che tutto ciò che fa e ha fatto parte della mia vita non poteva  essere più perfetto di così.
E che ogni volta che ho risposto a qualcuno che mi chiedesse cosa avevo intenzione di fare dell amia vita con le parole "qualcosa succederà", non ero io in errore.
Anzi, questo briciolo di illuminazione è sempre stata la mia ancora di salvezza.
Non sono sbagliata.
Sono perfetta per vivere la mia vita.
Nessun altro potrebbe prendere il mio posto e tantomeno nessun altro dovrebbe dirmi come muovere i miei passi!

Ma, anche se tutto questo mi è chiaro come il sole di mezzogiorno, ancora non sono in grado di applicarlo alla vita quotidiana.
E ancora mi aspetto approvazioni, giudizi, dimostrazioni di affetto e di amore.
Ancora pretendo attenzione.
Che qualcuno dimostri di essersi accorto di quanto meravigliosamente complessa sono.
Ah, che stupidaggine.
Chi potrebbe mai?
Come mai io potrei comprendere cio' che accade in uno qualsiasi degli universi che mi gravitano accanto.
Quessta assenza di giudizio, quando arriva, è la benedizione più grande.

Non esistono più drammi, poichè se io non giudico te, non ti dò il diritto di giudicare me.
E' qualcosa che sto sviluppando da poco più che un anno, iniziata al processo dalla Danza-Teatro.

Adesso è arrivato lo yoga.
Sono 7 anni o più che, con costanza o meno, pratico quella che per me è sempre stato il mio personale momento di ritiro dal mondo.
Nulla di trascendentale, mi stiracchio nelle quattro o cinque posizioni che conosco, respiro, mi rilasso.
E' come farsi un bagno caldo coi sali profumati in un mattino di autunno.

Pero', se si prova a darsi un limite accettabile e si cerca di varcarlo.
Se ci si impegna a conoscere, se davvero si è svegli nel momento in cui lo si vive, allora diventa qualcosa di più.
Lo sto sperimentando adesso, sebbene in maniera ancora blanda immagino.
Ho superato una soglia, e ho scoperto possibilità nuove.
Inannzitutto la conferma dell'importanza della pazienza.
Che non è solo saper aspettare. E' fiducia!
Quando ripeti gli stessi movimenti per giorni e giorni e sai che qualcosa dovrebbe cambiare, se non altro migliorare, ma non accade nulla di così eclatante da darti una conferma.
Allora quella come la chiami?
Pazienza?
No, pazienza la si ha coi bambini, o con la coinquilina schizzofrenica ( che per inciso è appena sbottata all'improvviso senza una reale ragione apparente).
Questa di cui parlo io è piu' qualcosa di simile alla fiducia.
E ci arrivi solo se non ti aspetti nulla.
Accade all'improvviso, ti accorgi che stai mutando.
E anche lì, non devi cominciare a pensare, ma devi ingoiare l'ego, e continuare a respirare e attendere per un nuovo cambiamento.
E' con questa sorta di vaga sensazione che fluttuo nella vita di questi giorni.

A volte è di una fatica micidiale, perchè non c'è nulla di fermo.
Non so dove appoggiare i piedi.
Ma se mi metto a fare progetti, ecco che mi impazzisce il corpo.
non respiro, mi si chiude lo stomaco, mi gira la testa.
Allora lascio stare e attendo che tutto mi sia più chiaro.
Con fiducia.

Solitamente accade sempre qualcosa che mi indica da che parte andare.
E sempre di più sento arrivare la certezza ben prima.
Potenzialmente, potrebbe essere tutto estremamente semplice.

Allora perchè porsi ancora dei problemi?
Sempre da questo meraviglioso libro che Cristina ha voluto mi donassi:
Ogni via è definità dai problemi che pone.  i problemi, a loro volta, sono l'espressione di ciò che più ci sta a cuore. Se non ci stesse a cuore nulla, non avremo più problemi.
Io un problema me lo pongo ancora, ed è riassunto nella citazione all'inizio di questo post.
Come fare apparire ciò che sento di poter essere?
Perchè sentirsi bloccati nel momento in cui viene data la rarissima e preziosissima possibilità di mostrarsi senza corperture nè barriere?
Senza protezioni, senza sicurezze?
Mi chiedo spesso perchè non la smetta di pormi sciocchi problemi come questo e non faccia come molte delle ragazze che conosco o vedo su internet.
Semplicemente fidarmi di me ed ignorare il giudizio altrui?
Magari rischiare di crederci troppo, ma se non altro credere in sè?

La risposta è qui: perchè mi sta a cuore.

Con questo non dico che ad altre persone non stia a cuore in egual modo, che sia chiaro.
Ma che ognuno trova la propria maniera di sentire.
E io lo sento così.
Mi sta a cuore quel momento silenzioso e sacro in cui accendo la musica nella mia camera, mi piazzo nel mezzo di quei due metri quadrati che ho a disposizione e danzo come in preda ad una furia mistica.
In quel momento io AMO.
Amo il corpo che sembra rispondere in maniera sconcertante ad ogni mi a richiesta.
Amo la capacità d'espressione di un volto, le mani, la forza dei piedi.
Amo la maniera intima e viscerale di sentire la musica.
Come farfalle nel basso ventre.
Qualcosa di molto simile ad un orgasmo (se ancora mi ricordo cosa sia :P ).

A volte finisco col dovermi forzare pur di fermarmi.
E due o tre volte mi sono ritrovata a chiedermi se non mi verrà un infarto un giorno di questi.
Ma mai vorrei perdere questi miei momenti.
Indubbiamente in tutto ciò c'è una base fisiologic: la danza, soprattutto la più sfrenata, porta alla trance e a notevoli alterazioni nell'equilibrio psicofisico di un apersona.
(...) in questa temporanea disorganizzazione della personalità c'è chi si perde e chi si ritrova
Il problema viene proprio adesso.
Come posso portare QUESTA mia danza su di un palcoscenico?
Come potrebbe, una gallina impazzita, evocare quello stato di grazia e meravigliosa bellezza ai quali sono avvezza assistere?
Come me li faccio entrare, i panni di una danzatrice, se non ho il coraggio di lasciarmi andare allo stesso modo, nel momento in cui qualcuno mi sta guardando?

Persino a lezione non funziona, quando nessuno si da pena per me giustamente impegnato a darsi pena per se stesso.
A lezione, il corpo, lo sento diverso.
E' piu' pesante, meno forte, meno stabile.
Se a casa posso saltare e girare come una ginnasta ed ho l'equilibrio di una danzatrice sulle punte, nel momento in cui sono a lezione quella visione scompare.
Kaput.
Non è mai esistita.
E io sono di nuovo goffa, informe, pesante, debole.

Cosa potrei fare su di un palco?
Davvero voglio danzare qualcosa che non sia realmente mio?
E davvero voglio mostrare agli altri ciò che mi appartiene in un intimo così profondo?

La risposta forse la troverò quando saprò dare un perchè, a questo mio dubbio.

Perchè ballare?
Perchè di fronte agli altri?

Finchè la risposta sarà: perchè così posso sentirmi amata -  allora non salirò su nessun palco.
Credo che sarò pronta solo nel momento in cui vorrò ballare solo perchè mi piace farlo, solo perchè in quel momento mi sento viva.
Solo quando guarirò dall'Ego e non mi vergognerò più di mostrare me stessa, anche nel momento in cui questo vorrà dire non aderire perfettamente ai canoni richiesti per essere accettabile e consolata.
Accettabile perchè non sconvolge troppo, consolata perchè ci si ritrova sempre come amputati di una minuscola parte di sè e con l'approvazione il dolore sembra essere più tollerabile.
Isomma, accadrà sarò in grado di pregare, anche di fronte ad una manciata di persone che forse non apprezzeranno.
O forse si.

"Esistono tre tipi di danzatori: quelli per cui la Danza è un esercizio fisico, quelli che esprimono emozioni ed esperienze, e quelli che abbandonano il corpo all'ispirazione dell'anima"
(Isidora Duncan)





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