Domenica.
Mi sveglio alle 10.
Alle 10,30 avrei la lezione di GAG.
Non ce la farò mai ad arrivare in tempo.
Mi sbroglio dal sacco a pelo, e mi giro dall'altra parte.
Ieri ho passato tutto il giorno a combattere con la sindrome di "quei giorni lì".
Ebbene sì, siamo donne, abbiamo le nostre battaglie.
La mia, devo ammettere, è stata più che altro una lenta resa... un sabato di bagordi, sonnellini, sensi di colpa, piagnistei emotivi, dolciumi di ogni tipo.
Pazienza, mi son detta.
Una volta al mese potrò anche concedermelo!
Così è andata a finire che non sono uscita di casa fino alle 4, perdendomi un'altra lezione di Pilates in mattinata, sforzandomi di portare le mie chiappette allo studio di danza, affittato per quell'oretta che si trasforma sempre in qualche cosa di più.
Mi sono allenata con scarsi risultati, forse.
Non saprei dire.
Mi sentivo stanca e flaccida, scomoda e pesante.
Ah, che meraviglia essere donne!!!!
Sono tornata a casa e mi sono buttata a letto.
Ho razziato quel che rimaneva dei cereali, ho sentito mia madre, mi sono addormentata guardando "Il Favoloso Mondo di Amelie Poulain"...
Niente male!
Oggi son partita meglio.
Se non altro, son partita.
Tralasciando la lezione che ho saltato di nuovo, alle due sono uscita per ragiungere Doroteja.
Ci siamo date appuntamento ai Tre Ponti, sono arrivata in ritardo, sudata marcia, in sella allo scassone rosa che mi ostino a chiamare bicilcletta.

Sedute al tavolino di un bar del centro, abbiamo ordinato cappuccino e sigarette (ebbene si, compaiono sul menù) e abbiamo chiacchierato un po' del più e del meno.
Ah! Diciannovenni!
Quanta poca differenza sento fra me e loro!
Forse sono rimasta un po' indietro... o forse qui davvero i ragazzi crescono più velocemente.
Iniziano a lavorare CON la scuola, facendo praticantati in tutta Europa, si svegliano in fretta, DEVONO avere una marcia in più!
Mi fa vedere le foto della festa di Halloween che io e Lily ci siamo perse, mi racconta del suo ex ragazzo, mi insegna lo sloveno!!!
Rimaniamo sedute due ore buone, penna e quaderno alla mano, a tradurre parole e frasi intere dall'italiano allo sloveno.
Imparo davvero tanto, imparo in fretta.
E ho una pronuncia meravigliosa!!!
Almeno così dice Doroteja!
Ci salutiamo che sta praticamente iniziando a piovere, io devo tornare a casa in bici e vorrei evitarmi l'acquazone... che non arriverà mai.
Per fortuna.

Arrivo a casa e trovo Tone che armeggia con trapano e aspirapolvere nel soppalco.
Non ho idea di cosa stia combinando, ma mi chiede una mano, e io gliela dò!
Mi cambio in fretta e cerco su google lo Zlati Zob, ovvero "Il Dente d'Oro", un locale etnico che promette musica balcana, lezioni di flamenco, buon cibo e ottimo vino.
Su google earth trovo la strada piu' breve da fare a piedi.
Scatto una foto alla mappa e inforco la bici.
Fuori è buio e umido, ma non fa così freddo.
Lo Zlati Zob sembra infinitamente lontano.
So che è sulla strada che costeggia il fiume, ma evidentemente non ho afferrato troppo bene le distanze.
Mi domando se a mezzanotte avrò il coraggio di tornarmene in bici oppure optero' per un taxi.
Prima di uscire mi sono procurata il numero, così, perchè non si sa mai.
Quindi sono abbastanza serena.
Mi godo quella mezz'ora di pedalata nella penombra.
Ljubljana è attraversata interamente dalla pista ciclabile, non c'è pericolo di perdersi, il traffico è calmo, gli automobilisti ancora di più.
Continuo sempre a stupirmi quando si fermano ad un incorcio per farti passare.
Lo stesso choc provato in Irlanda.
Al mio ritorno ci avevo messo un bel pò per riabituarmi all'Italian style.
Dopo questa esperienza credo proprio che non riuscirò piu' a sopportarlo. Definitivamente.
Le strade sono semideserte. Incontri qualcuno solo alle fermate dei bus.
Mi accerto di essere sul tragitto del bus 20Z, che so essere quello che porta allo Zlati Zob.
E pedalo... pedalo.
Mi si congelano le dita delle mani.
Dimentico sempre i guanti!!!!
Finalmente arrivo, ma - ovvio! - all'ingresso trovo un bel lucchetto argentato che con discrezione mi avverte che, no, neppure stasera riuscirò a sedermi in un locale, sorseggiare un bicchiere di buon vino sloveno ed ascoltare musica... avvicinare qualche bel ragazzo... anche... perchè no!?
Mi affaccio alle finestrelle del piccolo edificio, dentro c'è una luce.
Giro l'angolo, trovo una porta di servizio in legno scuro con un batacchio a forma di drago.
Lo sbattacchio.
Così, tanto per non arrendersi al primo ostacolo.
Passa mezzo minuto e mi apre la porta una ragazza.
Bellissima, ovviamente.
Le chiedo se è chiuso, perchè dal sito avevo letto che ci sarebbe stata la serata di Flamenco.
Lei mi spiega che la domenica sono sempre chiusi, ma mi invita a partecipare alla lezione di Flamenco, costa 10 euro, ma è già iniziata da mezz'ora.
Sono tentata, ma forse sarà meglio tornare la prossima settimana e partecipare dall'inizio.
Ringrazio, saluto, monto in sella, e torno da dove sono venuta.
Diamine!
Possibile che debba passarmi un'altra serata a guardare video su youtube, deprimendomi a guardare uomini che fanno shimmy migliori dei miei poi????
No, non ci penso proprio!
Ritrovo la pista ciclabile, mi rimetto sul lungo fiume, pedalo... pedalo... torno in centro.
Comincio a guardarmi intorno con l'animo aperto a qualsiasi evenienza.
Comincia a salirmi una sorta di febbricitante eccitazione.
Posso fare quello che voglio!
Posso fermarmi dove voglio!
Parlare con chi voglio!
Mangiare quello che voglio!
Sedermi dove voglio... urlare, anche, se voglio.
E cantare, ballare, chiacchierare... dove, come, con chi voglio!!!

Nella piazza principale, accanto ai Tre Ponti, un signore ed un ragazzo suonano il violino.
E diamine se sono bravi!
Questa solitudine forzata, unita allo spaesamento di non capire un'accidenti di quello che mi circonda, mi riempie di romanticismo.
Così parcheggio la bicicletta, mi siedo su una pietra dall'altro lato della strada, mi accendo una sigaretta e mi metto ad ascoltare quei due.
Quei due artisti.
E mi sento un po' bohemien anche io, nel mio piccolo gesto di portare la cicca alle labbra, sorridendo con gli occhi a chiunque mi guardi incuriosito.
Sì, sono Straniera, e sì, questo mi dà il permesso di essere... Strana!
Mi prendo questa libertà che forse a casa non mi sarei mai data e mi sento al sicuro, protetta da questa bolla invisibile che mi sono costruita tutta da sola e che, con tutta probabilità, vedo solo io.
Poco per volta, forse giustificate da questa mia azione da pioniera, cominciano a fermarsi altre persone.
Prima un giapponese sulla cinquantina.
Mi guarda, mi sorride, e si accascia sul muro della casa alle mie spalle.
Poi due ragazzi sulla ventina.
Li raggiunge una ragazza.
Poi arriva anche una famigliola. Madre e padre tengono ciascuno la mano di un pupetto tutto imbacuccato che si dimena al lamento lacerante delle corde dei violini.
In pochi minuti si crea un minuscolo pubblico, appagato... e pagante!
Io sorrido.
Basta così poco, a volte...
Rimango lì fintanto che non sono sola, di nuovo.
Piano piano, come sono venuti, tutti se ne vanno, non senza aver prima lasciato una monetina nella custodia dei due suonatori.
Mi alzo e vado a donare anche io il mio piccolo contributo.
I due mi guardano e mi sorridono. Io faccio altrettanto.
Mentre mi allontano, sulla bici, il piu' vecchio attacca una melodia allegra e mi urla un "HVALA!" che vuol dire grazie.
Mi è venuta fame.
La scorsa settimana avevo addocchiato un ristorante Indiano, poco lontano dal centro.
Ritrovo la via e mi ci fiondo dentro.
I tavoli sono tutti liberi, tranne uno occupato d auna coppietta allegra, intenta a dividersi un piatto di pollo tandoori e pane al cumino.
Mi siedo in un angolo.
La cameriera, una donna magra e bassa, vestita di una maglia color ocra ed una gonna indiana verde scuro mi chiede se mi deve raggiunger qualcun altro.
Le rispondo di no.
Sono da sola.
E sorrido ancora.
Di solito, quando vedo qualcuno seduto al ristorante in completa solitudine mi assale sempre una gran pena.
"Poverino" mi dico "che tristezza mangiare da soli..."
Eppure io, adesso, non sono infelice affatto!
Anzi!
L'alternativa sarebbe stata quella di sgranocchiare gallette di riso e formaggio spalmabile su di un materasso, guardando una puntata di scrubs in streaming... al momento mi sto solo coccolando un po'.
Mi tratto come tratterei qualcuno a cui voglio bene, mi concedo una cena fuori, in un bel ristorante.
No, non sono affatto infelice.
Ordino un bicchiere di rosso e mi metto alla lettura del menù.
Nel frattempo entra un uomo.
Avrà 45/50 anni.
Si toglie la giacca, si siede al tavolo di fronte al mio, all'angolo opposto della finestra, ordina un bicchiere di rosso, si mette alla lettura del menù.
Lo guardo e non mi fa nessuna pena.
Assolutamente nessuna.
Come si cambia in così breve tempo!!

Ordino un piatto di funghi in salsa piccante e del riso basmati con verdure fresce, anacardi, spezie e non so cos'altro.
Mi portano anche una porzione di pane roti, ancora calda di forno.
Comincio a mangiare il tutto, con molta calma.
Avete mai provato a sedervi ad un ristorante e mangiare da soli?
Non dico il pranzo in pausa studio al bar, nè lo spuntino a metà shopping in una pizzeria al taglio, nè il take away da fame improvvisa a metà pomeriggio.
Intendo proprio in un ristorante, dove tutto è così bello e delizioso da richiedere qualche istante di attenzione in più...
Ecco, dopo aver scattato una foto al piatto intonso, aver mandato un messaggio per prenotare una nuova lezione di danza l'indomani, resistito all'impulso di chiamare casa, essersi guardate attorno scrutando ogni minimo dettaglio nelle decorazioni del locale... cosa pensate che vi rimanga da fare?
MANGIARE:
niente di piu' semplice.
mangiare, semplicemente, senza chiacchiere, distrazioni, pensieri, assurdità!
Semplicemente mangiare...
Credo che sia la prima volta che non io non riesca a finire la mia porzione.
Ho lasciato ben 5 funghi, per quanto fossero ottimi, un terzo di porzione di riso, quasi metà del pane...
Il vino l'ho trangugiato tutto, ovviamente.
Wow!
Qualcosa, sceso dalle mie papille gustative e passato per il cervello, mi ha bussato allo stomaco e mi ha detto: "Ok, grazie tante, sono a posto adesso!"
I miracoli accadono, signori!!!
Assurdo per assurdo, ho attaccato bottone col mio dirimpettaio.
Abbiamo finito di mangiare assieme e tutti e due, reduci dalla lotta contro le spezie, stiamo tirando su di naso che è una meraviglia.
Gli sorrido, gli chiedo com'era il suo piatto, gli offro i miei funghi.
Sono buonissimi, è un peccato buttarli!
Lui rifiuta, è pieno, mi dice.
Lo prendo come un garbato tentativo per levarmi di torno.
Ma, con mio stupore, comincia a chiacchierare.
Ebbene sì, passiamo almeno mezz'ora a contarcela, da un lato all'altro di due tavolini quadrati dalle tovaglie bianche, sorseggiando un caffè.
Lui è serbo, lavora coi computer, non ho capito bene se nelle comunicazioni o nel web design... probabilmente in entrambe.
Si stupisce che un'italiano parli l'inglese.
E' comune! Tutti fanno sempre un tanto d'occhi quando scoprono da dove arrivo.
E se consideriamo che il mio, di inglese, è abbastanza maccheronico, mi vergogno anche un po' ad immaginare quale impressione dobbiamo dare al resto della "Comunità Europea".
Si parla dell'Italia, dell'arte, della possibilità di trovare un lavoro qui in Slovenia, dell'India...
Mi chiede cosa faccio qui, e io glielo racconto.
Si mette a ridere.
Beh? Che c'è di strano?
Chiediamo il conto.
Ci salutiamo.
Lui esce prima di me, io mi fermo a chiacchierare con la "Signora in Ocra" alla quale cerco di spillare qualche informazione sulla vita notturna Ljuabljanese.
Niente da fare: cerca su internet, chiede ai ragazzi in cucina... ma di domenica proprio non ci sono speranze!
Pazienza.
Pago, lascio la mancia, saluto e me ne vado.
Non ho preso il dolce!
Non posso finire una giornata di coccole senza un po' di cioccolato.
Così mi avvio al Petite Cafè.
Fa un freddo cane, ho appena mangiato e sto pedalando.
Che razza di genio!
Arrivo al Petite Cafè ed una faccia mi torna nota.
No, non è l'Elfo.
Probabilmente me lo sono immaginato, oppure è scappato oltreoceano terrorizzato dal mio goffo tentativo d'approccio.
Quello seduto ad un tavolino, intento a sorseggiare un cappuccino e mangiare un afetta di torta al cioccolato è lo stesso signore che ho lasciato poco fa al Namaste.
Oddio, penserà che lo stia pedinando?
Scoppio a ridere.
Lui fa lo stesso.
Mi invita a sedermi al tavolo e mi offre un dolce ed un caffè: io accetto. Strano.
L'Altra me, quella che ho lasciato a Torino, sarebbe già scappata.
Ma che male c'è, in fondo?
La pancia mi dice che va tutto bene... così mi siedo.
E poi mica è lui che ha pedinato me! Al massimo due paturnie dovrebbe farsele lui...
Ordino una mousse al cioccolato.
Una delizia!
Ma davvero troppa. Sto scoppiando!
Apprendo che qui, in Slovenia, la gente ha un po' lo stampo tedesco nei modi di comportarsi, ed è per questo che è tutto così quieto e tranquillo... così deserto.
Nulla a che vedere con il fermento italiano!
Alle 8 tutti sono a casa, ognuno ad organizzarsi la propria vita, domani si lavora, non è tempo per i bagordi!
Lo avevo sospettato.
Mi viene da ripensare alle macchine che si fermano di fornte alle strisce pedonali.
Chissà perchè...
Finisco la mia coppetta di delizia, bandisco il pensiero che forse una ballerina (o presunta tale) non dovrebbe mangiare così tanto.
Mi mando al diavolo.
Che mi frega di qualche etto in più adesso?
Domani ho due ore di step, la lezione di orientale, torno a casa in bici... tempo qualche ora e sarà tutto smaltito!
E poi è così dannatamente... cioccolatoso!!
Mangio e chiacchiero.
Racconto e sentenzio.
Lui ride un sacco!
Devo sembrargli buffa...
Insiste per offrirmi il dessert.
Io accetto.
Poi mi saluta... sapete com'è. Domani si lavora...
Sono le 9.
Mi rimetto in bici.
Ho un'energia incontenibile nelle vene.
Mi sento gli occhi enormi.
Non riesco a non sorridere.
L'mp3 nelle orechie passa una delle mie canzoni preferite. Mi ritrovo a cantarla a voce alta.
E sorrido a tutti quelli che mi incrociano la strada.
Suono il campanello quando mi intralciano la pista ciclabile: si spostano subito.
Lancio qualche "Hvala" random.
E me la rido.
Le gambe pompano a meraviglia, anche se le ginocchia mi fanno un po' male.
Il viale che porta a casa è pieno di foglie gialle.
Sotto la luce dei lampioni sembra tutto lastricato d'oro.
Ho sapore di cioccolato e caffè in bocca.
La sciarpa di lana e paillettes blu tiene lontana l'aria pungente.
Mi alzo in piedi sui pedali, c'è una discesa, curvo la schiena e volo.
Dio!
Grazie.