domenica 4 marzo 2012

Pronti! Di nuovo. Partenza...Via!

E' stata una giornata infinita.
E' cominciata più o meno 20 ore fa, coi preparativi per il viaggio.
Zaino.
Scarpe.
Un cambio...
Con la pigrizia di un bradipo sono riuscita ad ammucchiare due stracci da buttarmi addosso per la settimana che verrà e ho recuperto i vecchi indumenti da montagna.
Lavorerò 5 giorni a quasi 3000 metri.
Si presume che per la maggior parte del tempo non debba fare grandi movimenti.
Non riesco ancora a realizzare bene quanto diamine di freddo prenderò!

Ho fatto due commissioni prima di pranzo.
Poi ho cercato l'indirizzo di uno o due ostella fra i i più economici di tutta Ljbljana.
Ne ho trovati due in centro.
Ma non ho prenotato.
Chi mi ha offerto un posto sul divano, ancora non mi ha dato conferma.
Mi piacerebbe poter risparmiare due soldi, visto che in una settimana e mezza mi ritrovo di nuovo con 20 euro sul conto e qualche debito fra amici e parenti...
Spero di essere in tempo per risolvere tutto al meglio una volta arrivata lì.

Se c'è una cosa che mi solleva, è che quella città la conosco benissimo.
In qualche modo me la caverò.

Il pranzo con mia madre e Gino è stato piuttosto impegnativo.
Ma sono sopravvissuta.

La giornata, poi, si è lentamente messa in marcia.
E una volta partita, non ha più decelerato.

Sono andata a fare i biglietti alla stazione.
Ho girato come un'ossessa alla ricerca di un benedetto vaporizzatore portatile per stirar ei vestiti sul set.
Ovviamente non l'ho trovato.
Dove si è mai vista una cosa del genere?

Poi sono andata a trovare Flavia, che mi ha fatto vedere le ultime creazioni in fatto di costumistica.
Devo ammettere che sono rimasta piacevolmente stupita:
Il costume di orientale, cucito interamente da lei, è delizioso!
Un caffè, due chiacchiere, il gatto che mi ha eletta a suo cuscino ufficiale...

E' arrivato il momento dell'aperitivo.
Una bottiglia di Nero d'Avola in compagnia di Cristina ed Alberto.
Due orette piacevolissime terminate sotto il diluvio che si è scatenato verso le 8 di sera.

Alle 9, ho la cena.
Marta, Chiara e Marco mi danno appuntamento in un localino meraviglioso, il "Poormange", che si trova in Via Maria Vittoria 32, in centro a Torino.
Con 12 euro a testa siamo usciti di lì rotolando.
Il menù era a base di patate ripiene, taglieri misti, vino rosso, dolce e caffè.
Mi alzo da tavola con il vago timore dipoter esplodere da un momento all'altro.

Per smaltire andiamo ai Muri, a salutare Luca.
Il locale è semi-vuoto.
La serata non è fra le nostre preferite.
Ma fuori diluvia che è una meraviglia.
Finisce che ci fermiamo lì fino alle 2, chiacchierando e bevendo uno o due bicchierini della staffa.

Sono distrutta e devo ancora finire di far elo zaino, controllare se nella mail ci sono news dell'ultimo secondo, farmi una doccia...
Sono le 5 del mattino.
Fra due ore mi devo alzare.
Chi me lo fa fare di mettermi a dormire?

Così aggiorno questo blog, che è diventato più uno strumento per tenermi occupata nei momenti di attesa fra un passaggio e l'altro.
Non pensavo lo leggesse così tanta gente.
Invece, da casa, ho scoperto di avere parecchio seguito.
E' curioso.
Lo tengo più per me che per altro.

Quindi sono di nuovo in partenza!
Chi si aspettava, 4 mesi fa, che potesse capitarmi qualcosa di simile?
Il ferrino mi aspetta sulla sedia della cucina, stracarico ma non pesante, col sacco a pelo piantato in cima come una stella di Natale sull'albero.
Non ho ancora idea di dove lo, e mi, stenderò.
Ma la cosa curiosa e vagamente piacevole è che non me ne preoccupo affatto.

Dal viaggio in Irlanda ho imparato che un ostello, all'ultimo minuto, male che vada, lo si trova sempre.
Dall'esperienza in Slovenia, invece, ho appreso che ci sono certe cose che si rivelano sempre e solo a momento debito.
Che certi tipi di persone non si dilungano in rassicurazioni, ma che alla fine qualcuno disposto ad aiutarti lo trovi sempre.
Così parto di nuovo per un'altra avventura.

L'ansia c'è sempre.
Quella mi è congenita.
Ma si sta trasformando più in una sorta di eccitazione.
Le cose possono andare bene anche quando non si ha sempre la certezza di un percorso pianificato!
Certo, c'è sempre la minaccia del rischio, ma in un certo senso è ciò che rende tutto più interessante.

Mi sono sempre creduta incline al vagabondaggio.
Ma non ho mai avuto la certezza di avere ragione.
Fino ad ora.

Non so come sarà questo lavoro.
Dalle parole che si sono fatte potrebbe essere qualcosa di estremamente interessante ed educativo: lavorare all'interno di uno staff professionale, sul set di uno spot pubblicitario, fra director, producer, fotografi, stylist e compagnia bella.
Il mio ruolo non è chiaro e definito.
Diciamo che possiamo classificarlo sotto il nome di "runner": ovvero "colui che corre".
Non mi chiedete in cosa consista esattamente, al momento posso solo farmene una vaga idea.
Ma sono contenta di poter avere questa opportunità.
Forse un pò stranita, perchè non ho fatto poi nulla per ritrovarmici coinvolta.
Ma pensare sempre di non meritarsi ciò che ci arriva, mi sembra un atteggiamento che male si accompagna a questa nuova maniera di vivere la vita al presente.
Così cerco di manetenermi entusiasta e positiva, scacciando i pensieri maligni, pur mantendomi prudente.

E' assurdo persino per me crederlo, ma l'intera situazione non mi fa sentire minacciata.
Male che possano andare le cose, mi sento più o meno al sicuro.
Se non altro conosco gente e conto anche due o tre amicizie dalle quali so di poter ricevere aiuto, nel cao in cui me ne servisse.

Sono contenta dell'esperienza appena passata.
E sono stupita dalla rapidità con la quale si sono aperte un0infinità di altre porte e possibili strade.
Anche qui a casa.
Se mi fermo a pensare e cerco di pianificare un percorso, perdo il senno.
Così lascio proprio che tutto venga da sè.
Mi limito a seguire un percorso che, se non altro, mi sono scelta e sono ancora in tempo a cambiare, semmai volessi.
Ed il tutto si rivela all'improvviso così semplice che quasi stento a crederci.
Perchè ascoltare quella voce che mi dice che non è così che funziona?
E se invece fosse proprio l'unica maniera?
Per il semplice fatto che è la mia?

Un acosa così personale.
Come cucita su misura.

A casa mi chiedono quanto mi fermo, quando ritorno, per dove riparto.
Io rispondo che non lo so.
E la cosa non mi spaventa affatto, nè mi mette ansia.
Non lo so. Ma di solito aggiungo un "non ancora" alla fine della frase.
Sono certa che lo saprò, quando sarà il momento.
E non credo sia sbagliato.
Perchè va bene per me.
Mi fa stare bene, non avere un piano.

Sono certa che a mio padre e a mia madre queste parole daranno parecchio fastidio.
Posso capirlo.
Ma non credo di poter essere in grado di essere diversa, senza denaturarmi.
Così mi accetto io, in primis.
E spero che lo facciano anche gli altri.
Se non altro quelli che mi vogliono bene!

In una settimana e mezza, qui a casa, le cose sono andate così veloci che quasi non mi sono resa conto di nulla.
Sono ripiombata nelle mie vecchie abitudini.
Nella routine dei mie vecchi spazi.
I miei vecchi colori.
La polvere. I libri. I ticchettii di orologio.
I biglietti di mia madre sul tavolo la mattina.
E' come se tutto, chiusa quella che per me è stata un'enorme parentesi di 4 mesi, fosse tornato allo stato iniziale.
E quella persona che ho conosciuto in Slovenia se ne fosse rimasta là, dando il cambio alla controfigura in attesa da queste parti.
Ho solo riscontrato la mia insofferenza verso certe abitudini tutte italiane.
Non mi sono mancate affatto.

I cambiamenti più profondi, sono ancora così sottili...

Però ci sono.

Lo dimostra la maniera che ho di affrontare certe vecchie conoscenze.
Questo nuovo viaggio compreso.
Mi fido un pò di più di me stessa, se non altro.
E non sento più quel bisogno pressante di compiacere chiunque.
Può sembrare un pò egoistico, forse, ma credo che sarebbe stupido buonismo non ammettere che compiacere me stessa, prima di tutto, è diventata l'esigenza principale.

Senza calpestare nessuno, si intende, perlomeno non di proposito.
Ma stare un pò più concentrati su sè stessi è diventato un pò meno difficile.
E' come se mi disperdessi di meno.
E mi sentissi libera di scegliere questo o quello solo in base a come me lo sento sulla pelle.
Se qualcuno storce il naso, non credo più sia un problema mio.

E' una sensazione liberatoria.
Tanti problemi non sono più miei.
Posso interessarmi, ma sono in grado di decidere quanto a fondo  mi appartengano.
E non credo neppure sia una direzione univoca, perchè in questo modo so capire quanto i miei reali problemi debbano  o meno appartenere agli altri.

Al momento ne condividerò con voi uno:
ho un sonno terribile e la maratona di cibo di oggi sta cominciando a farsi sentire.
Mancano ancora due ore alla partenza.
Diciamo che mi metto a leggere un libro, poi, se la testa mi cadrà fra le pagine per la prossima oretta e mezza, la prenderemo con filosofia...

Spero solo di non essermi dimenticata niente.

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