sabato 31 dicembre 2011

LESS IS MORE

"Oh se solo potessi avere una vita di sensazioni invece di una vita di pensieri!" (John Keats)


Ultimo giorno dell'anno.
Mi sembra che sia un sacco che non scrivo.

Vorrei spiegare come mi sento, ma non sembrano esserci le parole adatte.
Direi "bene"; ma suona un po' riduttivo.
Al momento non trovo altre parole.
Non ho voglia di cercarle, a dirla tutta.

Va bene. Nel senso lato del termine.
Qualsiasi cosa accada, o non accada, mi sembra comunque accadere o non accadere bene.
E' una sensazione disagiante, ma non del tutto spiacevole.
Anzi.

Mi sveglio alle 9 del mattino, circa, ed ogni giorno costruisco una routine che non ho mai avuto.
Non è propriamente una routine.
Diciamo che è piu' come imparare una coreografia.
Ogni giorno fai gli stessi passi, ma cerchi di imparare e migliorare il tiro, così si aggiunge sempre qualcosa.
Che ti cambia totalmente.
Sono in piena transizione.
Non è affatto inverno.
Non sento nemmeno il freddo, va bene. Anche quello.
Per me questa, è piu' come giovane primavera.
Non è ancora sbocciato nulla.
Ma tutto ha preso a fremere. Sottoterra.

O sottopelle.

A volte le emozioni mi appaiono troppo grandi.
Quasi come se fossi incapace di contenerle.
Ma è come se qui, in qualche modo, non fosse possibile permettermi di avere paura.
Così lo accetto, semplicemente.
E trovo sconvolgente quanto in realtà  sembri non essere così arduo.

Non so se in qualche modo centri la danza.
Sicuramente sì, perchè è ciò che mi ha portato qui.
Ma adesso è diventato più qualcosa che ha a che fare con me stessa e la mia capacità di starmi ad osservare.
E' come se mi conoscessi per la prima volta.
Non so se riesco a spiegarmi...
Non ho posti dove nascondermi.
Non ho appigli saldi.
C'è tutto il potenziale, per quel che mi conosco ( o non conosco a questo punto), affichè io mi possa annientare di paura.
Ma non sta accadendo.

E quindi mi domando chi ci sia riflesso nello specchio.
E' qualcuno che mi piace.
Ed è qualcosa che viene così naturale e leggero.
E' qualcosa a cui non riesco a pensare.
Tantomeno spiegare.
La danza centra.
In effetti.
Ci sono momenti in cui mi osservo respirare.
Mentre cammino.
O quando sono sul pullman.
Accade specialmente in quei sempre più rari attimi di paura universale.
Ho reimparato a farlo. Sono sicura che ne ero capace, una volta.
Poi mi sono semplicemente dimenticata come si fa.

Sfrutto i miei attimi di espansione per scendere nel corpo.
Non fa poi così paura.
Anzi, è una sensazione meravigliosa.
A volte cammino scalza per casa, con la musica a tutto volume.
Non ho molto altro da fare, ma è come se questo fosse il mio unico compito, per il momento.
E gioco.
Mi attacco al parquet con le dita dei piedi e faccio finta di esserci incollata.
Provate, è una sensazione stranissima.
Poi cammino, in tondo, e calpesto solo i rombi scuri delle decorazioni del legno.
Lo so. Sembra stupido.
Ma mi permetto di farlo, decido che sono qui per questo.
E' qualcosa che libera, ad un certo punto.

Giocare, intendo.

A volte bussa il senso di colpa.
Ma sono sempre più convinta che sia qualcosa necessario.
So che non durerà tutta la vita.
Mi annoierò presto.
Così mi chiedo di portare pazienza.
E se lo chiedo a me è come se in qualche modo l'abbia chiesto a tutti.
Lo so, sembra egoistico.
Forse però è l'unica maniera in cui possa essere.
Così, va bene.

Volevo scrivere di tutt'altro.
Di quanto sia contenta di ricevere la visita di Cristina e Albi, domani.
Di quanto abbia bisogno di questo. Di quanto mi faccia sentire al sicuro.
Immaginate di star nuotando per miglia e miglia e di ricevere qualche istante di riposo, prima di riprendere la traversata.
Ecco, loro sono qualcosa del genere.
Un pezzo di casa che mi ha raggiunto fino a qua.
Ho giusto il bisogno di sentirne il profumo, dal momento in cui ho deciso che non sono ancora pronta a riabbracciarla.

Volevo scrivere di quanto mi sia sentita BENE (!) la sera in cui Marta, Marco, Chiara e Luca mi hanno chiamata su skype.
Tutti dietro ad una webcam a parlare come se fossimo seduti nella stessa stanza.
Sta cambiando tutto.
Ma ci sono alcune cose che rimangono a rassicurarmi.

Volevo scrivere di quanto sia contenta del colore delle pareti della mia stanza.
Dell'attimo di straniamento che ho scacciato subito, rimpiazzandolo con l'entusiasmo.
Qui attorno non c'è quasi nulla. E niente di quel quasi mi appartiene veramente.
Eppure è tutto così MIO.
Nel senso che, non saprei dire esattamente come, mi ci ri-conosco.
E così mi sorprendo: oh, quindi QUESTA sono io?

Mi sovviene sempre l'immagine di qualcosa che si spelli.
In questo preciso momento non è nulla di meno poetico di un carciofo.
Ma qualche volta penso anche ad uno di quei rami dalla corteccia screpolata.
Quando si elimina tutta quella indigeribile parte esterna, cresciuta attorno al cuore allo scopo di proteggerlo, rimane qualcosa di così pulsante e delicato, da lasciar temere che basti un niente per ferirlo.
Così, o si torna a casa.
Oppure si accetta di poter essere feriti.
Si respira. Moooolto profondamente.
E ci si attiva affinchè tutto vada per il meglio.

E così si scopre il coraggio.
Che puo' non essere lo stesso tipo di coraggio che si dimostra lanciandosi da un albero, appesi ad una corda a dieci metri di altezza.
E non è neppure quel coraggio da eroi, che si prodigano per salvare la vita altrui.
Questo mi pare sia ovvio.

Ma è il coraggio di chi si prodiga a salvare la propria vita.
Qualcosa di molto piu' silenzioso e intimo.
E sottovalutato.

Stare con se stessi, ed imparare a stare BENE, non è una pratica comune.
E non è qualcosa che nessuno possa insegnarti.
Tantomeno è facile trovare qualcuno che comprenda le motivazioni delle tue scelte.
Ogni percorso è talmente differente che due persone, entrambe con la stessa meta, potrebbero non incontrarsi mai. 
E anche se lo facessero, non condividerebbero l'una la maniera di camminare dell'altra.

Così, per la prima volta.
Non ho riscontri.
Non ho nascondigli.
Non ho scuse.
Non ho riflessi.
Tutto. O quasi, viene da me.

Compreso questo sproloquio di cui non credo di aver compreso il significato.

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