mercoledì 23 novembre 2011

Occorre divenire ogni cosa ad eccezione di sé stessi

 Dall'articolo originale:

La più importante qualificazione per la comprensione dell’arte è l’intuizione (…). Specialmente nella danza un aspetto molto importante è, in primo luogo, l’uso del corpo e, successivamente, la trascendenza dal corpo. Ciò accade perché, tra tutte le arti, la danza è in un certo modo la più complessa, poiché si esprime attraverso il corpo e, nello stesso tempo, deve creare la sensazione che essa sia oltre il corpo. Dunque non è sufficiente conoscere solo i movimenti del corpo: se l’atteggiamento interiore non è corretto, se esso tende al lato fisico, siamo nell’errore. Dobbiamo dunque mostrare l’aspetto spirituale nella danza, poiché tutte le nostri Arti in India sono spirituali e, se una danza non è tale, non è Arte e non è neanche indiana.  
Dobbiamo sempre essere capaci di distinguere tra una danza reale ed una falsa. La vera danza non è certo la più semplice delle Arti. Nelle danze false e non vere, che sono apprese e mostrate, si hanno tutti i tipi d’abito ed espedienti volti ad ingannare un pubblico ignorante.
Quali qualità sono necessarie per diventare un danzatore?
In primo luogo l’atteggiamento corretto: dobbiamo essere come Nataraja stesso che si dice abbia incenerito il suo sé inferiore perseguendo il Sé superiore. Se siamo interessati all’Arte dobbiamo parimenti incenerire il nostro sé inferiore (...). Ritengo che vera Natya (“danza”) sia Ananda (“gioia”) del Sé superiore, non dell’inferiore. Per un danzatore la reale comprensione di tutto ciò è la qualificazione necessaria. (…)
La danza fisica e meccanica che vediamo nella nostra epoca è il risultato di quella distruzione dell’anima attraverso cui immagini ignoranti esprimono gioia.
La totalità dell’induismo è basata sul concetto di Dharma; non c’è luogo sulla terra o aspetto della vita ove non ci sia Dharma. C’è parimenti altrettanto Dharma in scena come ce ne è fuori da essa. Inoltre esistono Dharma che sono utili alla scena, poiché essa è una rappresentazione della vita (…). Essa prende la vera essenza della vita e la mostra al pubblico, mettendolo nella condizione di comprenderla meglio. Nel dramma non si vede solo qualcosa distinto da sé, ma in realtà si vede sé stessi sul palco. (...)
Il danzatore ha a disposizione solo il suo corpo. Come può dunque esprimere la natura di un animale o un uccello, ad esempio il pavone o il cigno? E’ davvero come lo Yoga, poiché egli deve entrare nella coscienza interiore dell’animale e divenire tutt’uno con essa – questo è ciò che viene chiamato la coscienza della quarta dimensione, che è davvero la coscienza del Fuoco. Il danzatore entra nella coscienza del pavone e diviene egli stesso lo spirito del pavone: questa unità di coscienza produce il giusto risultato. Quando si raggiunge questa coscienza d’unione si ottiene l’autenticità, ed allora attraverso la danza è possibile rappresentare ogni cosa. Nel mostrare il cervo con le mani e con tutto il sé, si sta rappresentando “l’essere cervo”, l’essenza e lo spirito del cervo. Ciò insegna che non si può interpretare la bellezza senza questo stato d’unione della coscienza. Attraverso la sola immaginazione è molto difficile ottenerlo; è assai difficile immaginare un bel cervo ed entrare nella sua coscienza.
Analogamente, nella rappresentazione di un cigno nella danza, l’unico modo per “danzare un cigno” è sentirsi come il cigno stesso. Come lo Yoga, questo risultato non sarebbe raggiunto senza concentrazione; ritengo che l’unico modo per rappresentare la Natura nella danza sia la comprensione di questo stato d’unione e non solo una rappresentazione tridimensionale dell’oggetto. Non è quindi il pavone “tridimensionale”, non è il cigno o il cervo che devono essere ritratti, ma è la loro coscienza e la loro essenza. (…)
Nel Bharata Natyam un danzatore solista è il narratore: è Krishna in un momento, è Radha in un altro, Rama in un altro ancora e poi Siva. Occorre divenire tutt’uno con l’oggetto che si sta rappresentando.
Nel Bharata Natyam occorre divenire ogni cosa ad eccezione di sé stessi, perché si è il narratore. (…)
Nel danzare, il movimento dell’occhio è molto importante; c’è uno sloka che descrive come gli occhi dovrebbero essere usati. L’occhio dovrebbe seguire la mano poiché attraverso lo sguardo ci si esprime e si crea nel pubblico l’impressione più autentica. Qualsiasi cosa si faccia con le mani o i piedi, se lo sguardo non è espressivo, l’arte è persa e non si ottiene il risultato voluto (…). Nell’ ”Alarippu” , che è la danza d’invocazione iniziale, qual è dunque la prima cosa? Il movimento degli occhi, segue quello del collo e delle braccia, poi quello dei piedi e per ultimo il corpo intero.
Il percorso è dunque dalla testa ai piedi, questo è ciò che dovrebbe essere l’”Alarippu”. Una volta un critico d’arte ha detto:
“Ci sono due fiori (Poos) più belli al mondo: uno è “Tamarapu” (il loto) e l’altro è l’”Alarippu”!”
La danza è l’offerta delle proprie angas e upangas del corpo (tutte le possibili articolazioni) alla Madre Divina poiché essa è il Tempio della Danza.
Ritengo che la danza sia una consacrazione. (…)
Danzare è un arte e dunque una tecnica e, contemporaneamente, è più di questo. E’ necessaria l’espressione per esprimere la vita e, pur avendone avuto bisogno, è poi necessario disfarsene, gettarla via, al fine di conoscere davvero la vita. (…)
Molti studenti di danza desiderano subito apprendere l’abhinaya, la piena espressione delle emozioni, ma è possibile danzare l’abhinaya solo dopo anni di duro lavoro su nritta, il puro ritmo, che è l’espressione della gioia. Se non si è in salute, se si hanno le gambe doloranti, non si tenderà a mostrare gioia. Ma occorre apprendere a trascendere anche il dolore per mostrare la gioia divina della danza ed apprendere che questo è nritta, cioè un’introduzione allo sviluppo dell’ abhinaya stessa. (…)
Dopo tutto ciò, viene il costume: guardate alle cose notevoli che si riescono oggi a fare con i costumi. Il costume dovrebbe riflettere lo spirito e il sentimento della danza stessa, al posto di ciò si indossano invece costumi bizzarri. Io credo nelle Arti Antiche, ma non credo nell’antico appena degenerato. Ho visto esempi di vera cultura islamica e della vera cultura occidentale, con i loro magnifici ornamenti, e questo accadeva ben prima dei tempi di Hollywood. Quando si danza è importante apparire belli, ma ciò deve essere fatto nel modo più semplice. (...) Il costume ideale o il trucco ideale è quello che appare naturale (...) occorre apparire naturali perché l’Arte è creativa. (...) Di questi tempi non è semplice danzare nei templi, così dobbiamo immaginare che la scena sia il nostro tempio. Dobbiamo essere semplici; le persone non si rendono conto di quanto la semplicità sia importante, e non mi riferisco solo al trucco o al costume (…) Al culmine di ciò ci sono le luci colorate: improvvisamente una luce verde, una rossa, poi una blu e per concludere una bianca …(..) Purtroppo il pubblico è maniaco del varietà. (…)
Un altro aspetto importante è che, quando una danza è creata dall’ispirazione, non ci si stanca mai di essa; ciò che è autentico non è noioso, anche se viene ripetuto. Apprendiamo tutto ciò con l’esperienza, e sappiamo poi che non siamo mai annoiati da ciò che è davvero creativo. (...)
L’India è una terra di Arte e Bellezza, ma soprattutto è una terra di Yogi. Qualsiasi cosa apprendiamo, è questo Yoga che dobbiamo comprendere. Dobbiamo apprendere ad aprire gli occhi e a sviluppare i nostri cinque sensi e dobbiamo fare tutto ciò impersonalmente, con devozione e con coraggio, poiché senza questi aspetti non saremo mai in grado di realizzare nulla. (...)
L’Arte di un grande danzatore deve basarsi anzitutto sulla vita che può esprimere, in secondo luogo sulla bellezza della tecnica e solo in ultima istanza sugli espedienti scenici, il costume, ecc. Questi ultimi sono solo accessori e non essenziali in sé. Se la danza è autentica e bella, non soffrirà dell’assenza di essi, benché possa esserne arricchita. Il Bharata Natyam è un’arte completa, ed è notevole come ogni dettaglio formale sia stata concepito così minuziosamente tale che la tecnica possa essere un perfetto strumento del genio del danzatore.
Senza una perfetta conoscenza della musica è impossibile essere un danzatore perfetto, e nessun danzatore può essere grande senza il potere dell’espressione drammatica che si estrinseca attraverso il corpo e particolarmente per mezzo del volto. Questo ci dimostra che in India l’abilità nell’azione era tenuta in grande considerazione e non era sacrificata per amore dello Spirito. Così, anche se un’artista può concedersi di fare molto poco, un gesto molto semplice può essere pregno di significato e potere. La magia del genio è la magia più elevata tra tutte. Benché forma, tecnica e abilità siano qualità essenziali, non saranno mai sufficienti se l’Arte deve divenire una forza ispiratrice del mondo.

"La danza fisica e meccanica che vediamo nella nostra epoca è il risultato di quella distruzione dell’anima attraverso cui immagini ignoranti esprimono gioia."

2 commenti:

sergio ha detto...

Bello questo....mi fa venire voglia di scrivere qualcosa...ma non ho tempo(ci metterei troppo a scrivere qualche cosa di intelligente)...mi ci ritrovo in tante cose, il mio libro preferito per arrivare a capire dove si può arrivare con il violino è "lo zen e l arte del Karate"...che ti consiglierei sicuramente per la danza...e per tutto quelle cose dove c'è bisogno di essere presenti oltre l'ordinario....dove l arte è il movimento, o passa attraverso il corpo, che deve essere collegato ma non disturbato dalla mente, che a sua volta è collagata (e spettatrice)con qualcosa di piu alto...e a volte succede qualcosa di meraviglioso, un ponte tra le dimensioni si apre e ci troviamo rapiti da chissa cosa, leggeri e sicuri come l'aria, il libro di zen fu la mia prima lettura a farmi esplorare la mistica dell'arte, dai 19 anni in poi la mia è stata una ricerca che va oltre la musica....tante volte mi sono perso, ma qualche volta sono stato illuminato...e folgorato da questi momenti sono andato avanti cercando nelle culture antiche le istruzioni per capire cosa e come procedere sulla Via... quindi se mi permetti la danza non è la più difficile tra le arti....ma è il violino!!!!....no scherzo...la cosa più difficile è...... percepire "l armonia delle sfere", come dicevano gli antichi cinesi a proposito della musica....quando uno suona o balla deve essere in grado di percepire se stessi, la musica, gli altri ballerini o musici, il pubblico, l ambiente...e essere in grado di metterli in armonia....ciao e auguri

RireOltreConfine ha detto...

:)
Leggero' quel libro!
Grazie.
(e ad ogni modo lo so quanto è arduo suonare il violino... continui a scordarlo, ma l'ho studiato per 4 anni anche io :P )
Come vedi, le cose semplici non mi piacciono!!!!!
:D

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